Per ricostruire un Paese unito dobbiamo partire dalle fondamenta: la Scuola

I divari tra nord e sud del paese nascono sui banchi di scuola. Lo Stato garantisce solo formalmente gli stessi diritti a chi nasce nel nostro Paese. Chi nasce in una città del sud, ha in media un reddito del 30% inferiore rispetto a chi nasce in una grande città del nord e, alla fine del percorso scolastico, non avendo con molte probabilità frequentato il nido e la scuola dell’infanzia, non godendo del tempo pieno o di altre attività scolastiche, avrà frequentato due anni di scuola in meno. Uno svantaggio abissale di partenza di ben 68 punti OCSEPISA. E’ cosi che i bambini e le bambine del mezzogiorno hanno una possibilità maggiore di cadere nel fenomeno del drop-out, cioè nell’abbandono scolastico. Nel Sud le azioni riparative e compensative non ci sono o sono state interrotte. I tagli lineari del governo Berlusconi hanno peggiorato le cose:  gli asili nido accolgono 1 bambino su 10 contro i 6 su 10 nel Centro-Nord;  la contrazione dei plessi scolastici riguarda il 9% contro la media nazionale del 2%;  sono state chiuse le esperienze di scuole di seconda occasione;  i corsi triennali di formazione professionale sono stati chiusi o sono spesso di bassa qualità;  il tempo pieno, riguarda meno dell’8% delle classi della scuola di base contro il 35,3% del Centro, il 42,6% del Nord-Ovest e il 26% del Nord-Est;  secondo la Banca d’Italia – il differenziale nell’investimento in istruzione da parte di enti locali, Stato, famiglia è a svantaggio del Mezzogiorno di 1000 euro pro capite. Un economista come Erik Hanushek ci spiega nella sua ricerca sul costo dell’ignoranza, che il decennio di mancata crescita italiana è indissolubilmente legato ai bassi livelli di apprendimento e competenza dei nostri studenti e alla drammatica dispersione scolastica. Il tasso di crescita del reddito procapite di un paese aumenta dell’1,7% se si incrementa di 100 punti il punteggio Pisa degli studenti. Sostanzialmente è poco più della differenza tra il nord e il sud del Paese. Quindi, se decidessimo di investire per far crescere le competenze dei ragazzi del sud con servizi 0-6 di qualità, diffondendo il tempo pieno, dimezzandone la dispersione, nel 2025 avremmo riallineato il reddito pro capite, chiudendo un problema che accompagna questo paese da 150 anni. Nel documento Europa 2020 per tornare a crescere si chiede agli Stati membri di promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile. All’Italia in particolare viene chiesto il raggiungimento di due obiettivi per promuovere nuova crescita: dimezzare il nostro tasso di dispersione scolastica -oggi è al 20%- e triplicare il numero di laureati -solo il 12,8% degli italiani lo è. In una parola, la nostra crescita dipende da quanto saremo bravi a valorizzare qualche cosa che fino ad ora neanche abbiamo calcolato: il capitale umano del nostro Paese. Fra i paesi Ocse, siamo quello che investe meno in istruzione. Eppure è dimostrato che la maggiore spesa per istruzione produce rendimenti certi, come un maggior gettito fiscale ed una maggiore occupabilità e la stessa Banca d’Italia sostiene, sulla base di complesse analisi, che il rendimento medio dell’investimento in istruzione è dell’8.9%. Dobbiamo rendere il sistema scolastico italiano più efficace e più equo. Dobbiamo tornare ad investire sulla conoscenza per assicurare a tutti pari opportunità di apprendimento e di educazione. La scuola deve garantire “uguaglianza e libertà”, come ci chiede la nostra Costituzione. La scuola è l’unico vero ascensore sociale, in grado di ridare slancio ad una società bloccata. Ma se la scuola oggi non basta per colmare le disuguaglianze, significa che a noi non basta difendere l’esistente, dobbiamo dare a questo Paese una prospettiva di cambiamento. La scuola di domani deve promuovere le persone e le loro conoscenze e competenze lungo tutto l’arco della vita, perché possano acquisire e mantenere i diritti di cittadinanza. Deve dare priorità all’apprendimento e alle competenze, tenendo conto del divenire dei ragazzi nelle diverse età e contesti sociali in cui vivono. Deve formare cittadini capaci di informarsi e aggiornarsi per tutta la vita, per partecipare attivamente e consapevolmente alla vita economica e civile. Il Mezzogiorno condivide con il resto del Paese le grandi sfide educative di miglioramento della qualità dell’apprendimento e di sviluppo di maggiore equità. La scuola deve essere una grande chance offerta a tutti per sviluppare senso di appartenenza comunitaria e capacità partecipative, senso del limite, sapere, saper essere e saper fare, per avere almeno un adulto significativo di riferimento, per avere una rigorosa alfabetizzazione di base, per essere educati all’utilizzo dei nuovi media. Per dimezzare il tasso di dispersione scolastica e alzare i livelli di apprendimento dei ragazzi occorre tenere presente che ci dobbiamo occupare dell’educazione di una nuova “specie”, i cosiddetti nativi digitali che hanno una mutata percezione del tempo e dello spazio rispetto alle generazioni precedenti, un’intelligenza visiva superiore, con un gap tra il linguaggio che usa nelle attività extrascolastiche e quello che trova in classe, semplicemente terrificante. Allora come accade nel nord Europa occorre ripensare il ruolo dell’educazione formale in una prospettiva di riunificazione della prima educazione (la scuola) e di seconda educazione (prodotta dai mass media). Superare la rigidità della classe, passare dall’aula, al laboratorio ad un’altra aula dove si parla un’altra lingua. Bene ha fatto il Governo Monti ad investire i Fondi Europei dedicati alle Regioni inserite nell’Obiettivo 1 (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia) per la riqualificazione dell’edilizia scolastica, per l’innovazione tecnologica delle scuole, per la lotta alla dispersione scolastica. E’ una delle azioni che dovremo continuare e implementare quando torneremo a Governare il Paese, per ricostruire un Paese unito. La proposta: L’equità è un presupposto per lo sviluppo. Per questo occorre assicurare a tutti un bagaglio minimo di competenze ed effettive opportunità di accesso a tutti gli indirizzi di istruzione. 1. Per ricostruire un Paese unito occorre investire per Zone di Educazione Prioritaria, dove si concentra la dispersione scolastica: è necessario privilegiare la conquista precoce delle competenze di base linguistiche, matematiche e scientifiche dedicando più tempo a chi ne ha più bisogno, raggiungendo tutti gli adolescenti dispersi con scuole di seconda occasione, affiancando sport, musica, teatro, arte, al rigoroso consolidamento degli alfabeti di cittadinanza, in scuole aperte tutto il giorno. Si possono concordare con le Regioni obiettivi di incremento degli apprendimenti; un livello minimo di competenze per almeno il 95% degli studenti e delle studentesse di 16 anni; la riduzione del tasso di dispersione per raggiungere l’obiettivo del 10%. In caso di fallimento delle Regioni si può arrivare, dopo alcuni anni, al commissariamento. 2. Per recuperare gli svantaggi è di importanza fondamentale l’istruzione 0-6 anni. I servizi per bambini in età 0-6 anni risentono del contesto socio-economico, incidono su di esso, sono indicatori di benessere se diffusi sul territorio e di alta qualità. Gli studi condotti in una vasta gamma di paesi mostrano che l’intervento precoce contribuisce in maniera significativa a mettere i bambini di famiglie a basso reddito sulla via dello sviluppo e del successo scolastico. E’ urgente estendere questi servizi nel Mezzogiorno del Paese attraverso un nuovo piano triennale, per permettere l’occupazione, soprattutto quella femminile, diretta e indiretta. Un maggiore numero di donne al lavoro aumenta il PIL e riduce la spesa sociale. L’ultimo governo di centrosinistra ha ridotto il debito pubblico e ha investito un miliardo di euro con la compartecipazione e la condivisione della Conferenza Stato Regioni per il raggiungimento dell’obiettivo europeo del 33% di copertura dei posti. Le note dolenti per lo sviluppo di questi servizi nel Mezzogiorno sono gli sprechi in termini di personale (calendari, rapporti educatrice/bambino, figure anomale, coordinatrici interne in gran parte distaccate e non professionalizzate…) e carenza di organizzazione, di formazione e di coordinamento. O si lavora adesso per fare sì che anche il Mezzogiorno si doti di servizi educativi o ci si accontenterà di servizi assistenziali che sono uno spreco di fondi e non offrono garanzie di attuazione dei diritti per i bambini, i genitori e gli educatori. Per questo occorre promuovere a livello regionale, leggi e direttive aggiornate che siano strumenti reali di indirizzo e che facilitino la governance del sistema complessivo, costruendo un sistema educativo capace di condividere le stesse norme, gli stessi livelli essenziali, in particolare gli stessi titoli di accesso per gli educatori e che possa contare sulla supervisione pedagogica di coordinatori di sistema. 3. E’ urgente sostenere le scuole dell’infanzia, dando loro più tempo per la progettazione e per l’alleanza con le famiglie e sviluppando azioni particolarmente promettenti quali mense comunitarie e psicomotricità. 4. Creare un patto tra banche, fondazioni, responsabilità sociale di impresa, privato sociale, che sostenga il microcredito, la formazione e i luoghi di aggregazione giovanile positiva. 5. Dobbiamo rilanciare l’istruzione tecnica e la formazione professionale per rilanciare il Made in Italy nel mondo. Oggi il nostro obiettivo deve essere quello di invertire la tendenza dei giovani e delle famiglie che si orientano sempre più verso i licei, altrimenti rischiamo che vengano a mancare quelli che sono stati i periti industriali del ventesimo secolo, sulla cui opera l’Italia ha costruito la sua industria. Un’offerta ampia e qualificata di tecnici a tutti i livelli è una condizione essenziale per la ripresa della competitività italiana. Dobbiamo far diventare gli istituti tecnici e professionali le scuole dell’innovazione. Le scuole che privilegiano studi tecnici e applicativi fortemente orientati al futuro. Non solo uno slogan accattivante, ma una nuova matrice culturale su cui fondare un’effettiva equivalenza con gli altri percorsi di studio. Gli uomini per mobilitarsi hanno bisogno di una visione. Innescare dentro le scuole questa visione insieme a insegnanti e professori può fare di queste scuole un laboratorio di costruzione del futuro. 6. Puntare sull’autonomia scolastica, come volano per liberare l’organizzazione e l’innovazione didattica, “creare un clima di laboratorio”, favorire l’alternanza scuola-lavoro e il raccordo con la formazione terziaria. E’ necessario rilanciare la formazione professionale, la ripresa dell’apprendimento dei mestieri, le esperienze di formazione proiettate verso l’auto-impiego. Rafforzare le ore di alfabetizzazione nell’apprendistato e offrire un pacchetto di almeno 300 ore per riprendere le conoscenze irrinunciabili per le persone di 16 – 28 anni. E’ la scuola che serve all’Italia, è la scuola che vogliamo mettere al centro del nostro progetto per ricostruire un Paese unito.

Un pensiero su “Per ricostruire un Paese unito dobbiamo partire dalle fondamenta: la Scuola

  1. Questa lettera indirizzata al ministro Profumo é un’importante riflessione sul ruolo della Geografia nella scuola attuale ma di questo ruolo pare non si sia accorta il ministro gelmini ,forse pensando che con il GPS si potesse conoscere il mondo.

    Caro Ministro, le religioni in senso multietnico le faccia insegnare alla geografia. Oggi il ministro dell’Istruzione, Profumo, ha detto che occorre rivedere i programmi di religione e di geografia in senso multietnico e, conseguentemente, multiculturale. Va dato atto a Profumo di avere posto un problema importante.L’accostamento fra le due materie non è casuale e non solo perché la geografia da molto tempo ha posto i temi delle migrazioni, della multiculturalità e dell’intercultura al centro delle proprie ricerche e delle proprie riflessioni sul valore dell’educazione geografica.
    Infatti, non mi pare che sia ancora stato rilevato, la geografia è l’unica materia scolastica che parla di religioni, al plurale e in termini non dottrinali, come espressioni culturali che connotano e diversificano le culture, i paesaggi e molte consuetudini delle diverse regioni del mondo. Inoltre, è ancora la geografia a far notare, quando sviluppa la geopolitica, che le religioni sono a volte causa di conflitti, di tensioni e di contese territoriali. Questi temi si trovano trattati nella maggioranza dei manuali scolastici, e sarebbe una grave carenza se così non fosse.
    La prevedibile levata di scudi, a difesa dell’ora di religione così com’è, non lascia pensare che i tempi siano pronti a cambiare l’ora di religione in ora di religioni. Va suggerito allora al Ministro di considerare la possibilità di offrire più spazio orario al punto di vista della geografia, l’unica disciplina che già oggi nella scuola parla di religioni in senso multiculturale, a scala planetaria, scientificamente, senza implicazioni confessionali, e che lo fa per educare alla pluralità delle culture e delle etnie del mondo, sempre più frequentemente compresenti nello stesso spazio di vita, anche nella realtà del territorio italiano. Si sa che il ministro Profumo preferisce la letteratura scientifica internazionale, in inglese, a quella italiana: bisogna internazionalizzarsi. Fa piacere, perché la conferma di quanto appena affermato la troverà facilmente sia su importanti riviste geografiche internazionali sia aprendo qualsiasi manuale accademico di geografia anglosassone (alleghiamo la copertina di una monografia recente), mentre molte riflessioni su geografia, cittadinanza e intercultura le troverà sui testi dedicati all’educazione geografica. Parta, magari, dalla International Charter on Geographical Education presentata dall’Unione geografica Internazionale nel 1992, dove già si afferma che la geografia serve per arrivare alla comprensione delle “diverse modalità di formazione di territori in base differenti valori culturali, credenze religiose, tecniche, sistemi economici e politici (…)” e della “diversità dei popoli e delle società sulla Terra, al fine di apprezzare la ricchezza culturale dell’umanità”.
    P.S.Per i lettori: aiutate a condividere e a far circolare questo commento: la strada per arrivare al Ministro e ai tecnici del Miur è molto lunga, come si sa, non in senso lineare, ma in senso culturale. Ma sarebbe bello se intanto arrivasse almeno a qualche docente, a qualche dirigente scolastico, a qualcuno che si occupa di intercultura e di questi temi: da cosa nasce cosa, e il valore educativo della geografia è ancora tutto da scoprire.

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