Il mio intervento in aula sul Femminicidio

Presidente,onorevoli senatori e senatrici,
E’ notizia di oggi la terza donna colpita al volto dall’acido. Ilaria, Alessandra, Chiara, sono solo le ultime vittime di femminicidio delle ultime ore, dopo Denise, Michela e Lucia. Una catena di violenze e di morte che ha colpito 24 donne solo nei primi 4 mesi dell’anno. 124 nel 2012. E’ una triste catena che va spezzata al piu’ presto. In più della metà dei casi, il femmicidio è stato commesso dal partner, nell’ambito di una relazione in corso o appena terminata, per mano del coniuge, convivente, fidanzato o ex. La maggior parte delle vittime è italiana (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%). Solo una minima parte di questi delitti è avvenuta per mano di sconosciuti. Nella restante parte dei casi è avvenuto per mano di un altro parente della vittima o comunque di persona conosciuta. Questo ci dicono i dati del “Rapporto Ombra” della società civile sulla condizione delle donne in Italia.
“I media spesso presentano i casi di femmicidio come frutto di delitti passionali, di un’azione improvvisa ed imprevedibile di uomini vittime di raptus e follia omicida. In realtà sono l’epilogo di un crescendo di violenza a senso unico, causati da un’incapacità di accettare le separazioni, da gelosie, da un sentimento di orgoglio ferito, dalla volontà di vendetta e punizione nei confronti di una donna che ha trasgredito a un modello di comportamento tradizionale”. Un ruolo che in Italia è ancora relegato a quello di madre e moglie, oppure di oggetto del desiderio sessuale”.
Bene ha fatto la neo ministra Josefa Idem a convocare subito un tavolo interistituzionale con i ministeri della Giustizia e degli Interni e bene ha fatto la Presidente Boldrini a lanciare l’allarme perché non venga sottovalutata alcun tipo di violenza, neppure quella via web di cui la stessa Presidente della Camera e’ stata vittima e a cui esprimiamo tutta la nostra solidarietà. Ma quest’aula e questo Parlamento, finalmente con una maggiore rappresentanza femminile, ha il dovere di agire subito per l’approvazione di una legge nazionale contro il femminicidio e di lavorare con le tante associazioni di donne, con i centri anti violenza, le giuriste, le amministratrici locali, per affrontare in modo risoluto, questa vera e propria emergenza nazionale. Possiamo farlo tutte assieme, in modo trasversale come noi donne sappiamo fare in questi casi. Come le donne hanno già saputo fare per l’approvazione della legge sullo Stalking del 2009. Metto a disposizione del Governo e del Parlamento la legge su cui ha tanto lavorato Anna Serafini nella scorsa legislatura assieme ad altre senatrici del PD, al vasto associazionismo femminile e alle maggiori competenze, legge che ho ripresentato a mia prima firma qui al Senato.
Oltre all’immediata ratifica della Convenzione di Istanbul la strategia per battere la violenza, come suggerito dalla Convenzione No More, deve puntare sulle 4 P : “prevenzione, protezione, persecuzione del reato e del persecutore e promozione di una cultura differente”.
Per questo, oltre ad una piu’ rapida giustizia che sappia prendere in carico quante denunciano violenze e molestie e le aggravanti per gli omicidi di genere e nel caso in cui ci siano minori ad assistere alla violenza, occorre rifinanziare e sostenere i centri anti violenza.
Dove esistono forti centri antiviolenza e si formano pool antiviolenza, anche con protocolli d’intesa tra le istituzioni, le denunce di violenza aumentano. Si allenta la paura, si rafforza la volontà di rompere la complicità con la violenza anche perché c’è chi può aiutare nella volontà di tornare libere. In Italia non tutti i centri possono offrire ospitalità alle donne vittime di violenza e ai loro figli. Secondo i dati di Telefono Rosa, complessivamente su 127 centri esistenti in Italia 99 sono gestiti da associazioni di solo donne e solo 61 hanno una casa rifugio per una capacità complessiva di circa 500 posti letto. Non c’è una equa distribuzione di centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale: molte regioni ne hanno pochissimi, alcune regioni nessuno.
Il Consiglio d’Europa raccomanda un centro antiviolenza ogni 10.000 persone e un centro d’emergenza ogni 50.000 abitanti. In Italia dovrebbero esserci 5.700 posti letto ce ne sono solo 500. Siamo lontano dagli standard europei richiesti. Importante anche la presenza di nuclei specializzati tra le forze dell’ordine e nelle ASL.

La violenza, per essere realmente combattuta ha bisogno di un cambiamento culturale, e nessuna legge, anche la più rigorosa dal punto di vista penale, può arginare la violenza se non è accompagnata da una volontà di cambiamento nel rapporto tra i sessi e le persone. Serve un nuovo alfabeto delle relazioni. Decisivo il ruolo di prevenzione che possono svolgere le scuole, come potenti agenti di cambiamento, con iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione che conferiscano agli studenti e alle studentesse autonomia e capacità d’analisi. La presenza di un referente per l’educazione alla relazione, può sollecitare misure educative a favore delle pari opportunità tra generi e della promozione della soggettività femminile.
Nelle scuole dobbiamo insegnare alle ragazze ad essere consapevoli dei propri diritti e riconoscere la violenza. Perché uno schiaffo e’ uno schiaffo e non va scambiato per amore e perché un fidanzato violento non si cambia, e’ meglio cambiare fidanzato.

Possiamo battere la violenza e i femminicidi se riusciremo a tenerci per mano e a creare un’alleanza tra le donne del Governo, questo parlamento, le associazioni e le tante cittadine che hanno diritto di vivere libere la loro esistenza

Il discorso del Presidente Napolitano alle Camere

Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,

Lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. È un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze: e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.



So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente: e cioè la fiducia e l’affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l’istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani – uomini e donne di ogni età e di ogni regione – a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale.

 Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica.

Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è “l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica”. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato.



A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi – dopo l’esito nullo di cinque votazioni in quest’aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso – dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza. 


È emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato. Di qui l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo – mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese.


La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato – come si è significativamente notato – “schiusa una finestra per tempi eccezionali”.

Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato: senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente. 

Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi: passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.


È a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità. Ne propongo una rapida sintesi, una sommaria rassegna. Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti: hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.

Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica è stato dunque facilmente ignorato o svalutato: e l’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione: quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme. 

Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005.

Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.

 La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovrarappresentanza in Parlamento. Ed è un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.

Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.
 Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese.


Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.



Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario: l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo”.


Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità – fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti – sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile.


È un discorso che – anche per ovvie ragioni di misura di questo mio messaggio – posso solo rinviare ai documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo scorso. Documenti di cui non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e concretezza. Anche perché essi hanno alle spalle elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi, ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate. Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive. E si può, naturalmente, andare anche oltre, se si vuole, con il contributo di tutti.


Vorrei solo formulare, a commento, due osservazioni. La prima riguarda la necessità che al perseguimento di obbiettivi essenziali di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, e di riforma delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra Parlamento e governo, tra Stato e Regioni, si associ una forte attenzione per il rafforzamento e rinnovamento degli organi e dei poteri dello Stato. A questi sono stato molto vicino negli ultimi sette anni, e non occorre perciò che rinnovi oggi un formale omaggio, si tratti di forze armate o di forze dell’ordine, della magistratura o di quella Corte che è suprema garanzia di costituzionalità delle leggi.

Occorre grande attenzione di fronte a esigenze di tutela della libertà e della sicurezza da nuove articolazioni criminali e da nuove pulsioni eversive, e anche di fronte a fenomeni di tensione e disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti. 

Né si trascuri di reagire a disinformazioni e polemiche che colpiscono lo strumento militare, giustamente avviato a una seria riforma, ma sempre posto, nello spirito della Costituzione, a presidio della partecipazione italiana – anche col generoso sacrificio di non pochi nostri ragazzi – alle missioni di stabilizzazione e di pace della comunità internazionale.



La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte ampiamente sviluppate nel documento da me già citato, per “affrontare la recessione e cogliere le opportunità” che ci si presentano, per “influire sulle prossime opzioni dell’Unione europea”, “per creare e sostenere il lavoro”, “per potenziare l’istruzione e il capitale umano, per favorire la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese”.


Nel sottolineare questi ultimi punti, osservo che su di essi mi sono fortemente impegnato in ogni sede istituzionale e occasione di confronto, e continuerò a farlo. Essi sono nodi essenziali al fine di qualificare il nostro rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l’Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici. 

E sono anche i nodi – innanzitutto, di fronte a un angoscioso crescere della disoccupazione, quelli della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro – attorno a cui ruota la grande questione sociale che ormai si impone all’ordine del giorno in Italia e in Europa. È la questione della prospettiva di futuro per un’intera generazione, è la questione di un’effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili.

Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità.

Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano. Misurarsi su quei problemi perché diventino programma di azione del governo che deve nascere e oggetti di deliberazione del Parlamento che sta avviando la sua attività. E perché diventino fulcro di nuovi comportamenti collettivi, da parte di forze – in primo luogo nel mondo del lavoro e dell’impresa – che “appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all’innovazione che è invece il motore dello sviluppo”.

Occorre un’apertura nuova, un nuovo slancio nella società; occorre un colpo di reni, nel Mezzogiorno stesso, per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento.

Il Parlamento ha di recente deliberato addirittura all’unanimità il suo contributo su provvedimenti urgenti che al governo Monti ancora in carica toccava adottare, e che esso ha adottato, nel solco di uno sforzo di politica economico-finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all’Unione europea.



Apprezzo l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta: quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento. Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti. 


La rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.



Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all’unanimità. Sentendo voi tutti – onorevoli deputati e senatori – di far parte dell’istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare. C’è da lavorare concretamente, con pazienza e spirito costruttivo, spendendo e acquisendo competenze, innanzitutto nelle Commissioni di Camera e Senato.

Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all’età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica.

 Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non è possibile se non nel confronto con un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dell’opposizione. A 56 giorni dalle elezioni del 24-25 febbraio – dopo che ci si è dovuti dedicare all’elezione del Capo dello Stato – si deve senza indugio procedere alla formazione dell’esecutivo. Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera.

Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’art. 94 della Costituzione: un governo che abbia la fiducia delle due Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune.

E la condizione è dunque una sola: fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del paese. Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze.

Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale.

 D’altronde, non c’è oggi in Europa nessun paese di consolidata tradizione democratica governato da un solo partito – nemmeno più il Regno Unito – operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da più partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti.



Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti.


Lo dicevo già sette anni fa in quest’aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino “il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza”: che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.



Ma non è per prendere atto di questo che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete: non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt’al più, per usare un’espressione di scuola, “da fattore di coagulazione”. Ma tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell’appello rivoltomi due giorni or sono. 


Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione “salvifica” delle mie funzioni; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà.

Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.

 Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!

(Fonte: Qurinale.it)

Ottimo il lavoro dei saggi sull’istruzione!

Il gruppo di lavoro sui temi economico sociali ed europei istituito dal Presidente Giorgio Napolitano ha offerto sui temi dell’Istruzione un importante contributo, che auspichiamo sia la vera traccia di lavoro del prossimo Governo.
E’ urgente tornare ad investire sul capitale umano, come fattore strategico del sistema competitivo italiano. Innalzare i livelli di istruzione significa aumentare l’occupabilita’ e la produttività ed incide persino sul miglioramento della salute abbassando  i costi del sistema sanitario nazionale.
L’urgenza, come ha sempre sostenuto il PD, e’ un serio piano di azione per dimezzare la dispersione scolastica, attraverso la diffusione del tempo pieno e l’estensione del tempo scuola nella secondaria. Lo stretto legame tra dispersione scolastica e disagio economico e sociale, segna i profondi divari che attraversano il Paese.  Le nuove tecnologie possono aiutare in tutto questo, ma come ben afferma il documento, occorre in premessa un serio piano per dotare di infrastrutture di rete le classi e ambienti di apprendimento innovativi.
Rifinanziare il diritto allo studio, come impone l’art. 34 della Costituzione, e’ il vero motore per far ripartire l’ascensore sociale, drammaticamente bloccato da troppo tempo, premiare il merito e aumentare le opportunita’ per ragazzi e ragazze.
Auspichiamo che questa traccia elaborata dal gruppo di lavoro del Quirinale, sia davvero il programma in cui tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento si possano riconoscere. Perché la scuola e’ la più grande istituzione democratica del Paese e merita di non essere il terreno dello scontro politico, ma il terreno di lavoro comune per ricostruire il futuro dell’Italia.

La sintesi del mio intervento in Aula per chiedere a Profumo di riferire su organici e scuola dell’infanzia

“Il Ministro della Pubblica Istruzione venga in Parlamento a riferire sulla situazione degli organici per il prossimo anno scolastico e sulle condizioni di precarietà in cui versa il personale della scuola.” Lo ha chiesto la senatrice del Pd Francesca Puglisi, intervenendo oggi in Aula al Senato a fine seduta. “Negli ultimi 5 anni le scuole – ha sottolineato la parlamentare democratica – hanno accolto 90.990 alunni in più, mentre si sono viste sottrarre 81614 insegnanti 43.878 Ata. Le conseguenze dei tagli sono evidenti: il limite dei 20 alunni per classe in presenza di un alunno con disabilità non viene quasi mai rispettato, così come non sono spesso rispettate le norme di sicurezza delle aule a causa del sovraffollamento, non vengono date risposte alle domande di tempo pieno delle famiglie, impossibile il funzionamento dei laboratori”. “Inoltre – ha continuato Puglisi- le liste d’attesa nella scuola dell’infanzia sono tornate a crescere in tutt’ Italia a causa del disimpegno dello stato e dei tagli ai bilanci dei Comuni”.
“Nel prossimo anno scolastico c’è una riduzione dei pensionamenti del 50% del personale docente e non docente delle scuole, mentre 3500 insegnanti della quota ’96 sono rimasti imbrigliati nella riforma Fornero, maturando ad agosto il diritto di andare in pensione per il personale della scuola. Su questa già pessima situazione, pende lo sciagurato articolo della Spending Review che vuole spostare su posti Ata gli insegnanti inidonei, licenziando gli Ata precari, che proponiamo di cancellare – fa presente la parlamentare – con una proposta di legge che ho già  depositato”. “Nelle graduatorie ad esaurimento abbiamo oltre 180.000 precari, 76000 di questi lavorano ogni anno in organico di fatto, assunte all’inizio dell’anno scolastico e licenziate a giugno. Queste persone possono essere stabilizzate senza un aggravio di costi per lo stato assicurando soprattutto ai ragazzi con disabilità la continuità didattica che e’ grande parte della qualità della scuola.  Attendiamo di capire – conclude Puglisi – come il Ministro Profumo intende affrontare l’avvio dell’anno scolastico, assicurando il diritto ad una scuola di qualità e il diritto ad un posto nella scuola dell’infanzia, sancito dalla legge 53 del 2003.

Appunti e spunti, sul tempo dell’incertezza, la certezza dei nostri valori,il coraggio del dialogo

Ridare dignità alle istituzioni democratiche, restituire credibilità alla politica. La grande sfida e’ quella di restituire un futuro ai nostri figli, riaccendere in loro, come tempo fa ha chiesto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “il motore del desiderio”. Ne cito qui il passaggio più rilevante: “È certamente vero che il benessere delle persone e’ determinato da aspetti quantitativi, a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita, ma insieme ad essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana. È a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni potranno, in Italia e in Europa, progredire rispetto alla generazione dei padri. La risposta è che debbono progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il “motore del desiderio”.
Allora voltiamo pagina, non facciamoci condizionare da quel che si è sedimentato in meno di due decenni: chiusure, arroccamenti, faziosità, obiettivi di potere, personalismi dilaganti. Apriamoci all’incontro con interlocutori rappresentativi di altre e diverse radici culturali. Portando, nel tempo dell’incertezza, la certezza dei nostri valori.

giovani turchi più interessati al controllo del partito, che alle soluzioni dei problemi urgenti dell’Italia

Non passa giorno senza che un’azienda chiuda, che un negozio abbassi la saracinesca, che un dipendente resti senza lavoro e un precario senza prospettive. Il drammatico errore non e’ pensare ad un dialogo con il PDL, ma rifiutarsi di farlo perché si preferisce pensare al controllo del partito invece che alla soluzione dei drammi di migliaia di famiglie italiane, come sembra intendere De Maria. Nessuno pensa ad un Governo di legislatura, ma e’ necessario un Governo che risolva i problemi piu’ urgenti dell’Italia prima di tornare al voto.
Tra i giovani Turchi e Renzi c’è il PD e la sua base democratica. Anche io incontro tantissimi militanti e persone che chiedono di trovare soluzioni concrete prima di tornare al voto. Il PD e’ nato per governare e risolvere i problemi della gente, non per rinchiudersi nei fortini ideologici del passato.

cittadinanza onoraria a Patrizia Moretti. Per chi ha sete di verità e giustizia

Non e’ una “marchetta” proporre la cittadinanza onoraria di Bologna per Patrizia Moretti. La sua battaglia e’ la battaglia di tutte le donne e gli uomini che hanno sete di giustizia. Le vergognose manifestazioni che periodicamente hanno offeso la madre di Federico, hanno offeso la nostra comunità. ConfirirLe la cittadinanza onoraria, significa ricordare a tutti che la giustizia e’ uguale per tutti, che nessuno può abusare del proprio potere, che nel nostro Paese va introdotto al più  
presto il reato di tortura

Serve contrasto immediato poverta’ minorile. Garantire accesso alla mensa con fdo Nazionale

Serve un piano nazionale per il contrasto della povertà infantile e una moratoria immediata del divieto di accesso alle mense scolastiche, come tristemente accade in questi giorni a Vigevano.
Non possiamo permettere che il prezzo più alto della crisi sia pagato dai bambini. Il 25% dei bambini e delle bambine italiane e’ a rischio povertà. Si tratta di due milioni e mezzo di bambini e adolescenti, come ha già denunciato il Garante dell’Infanzia Spadafora e associazioni come Save the Children.
Capiamo le difficoltà dei comuni. Per questo presenteremo al Senato una mozione che impegni il Governo ad intervenire urgentemente con un Fondo straordinario per il contrasto della poverta’ minorile a cui possano accedere gli Enti Locali.   Non e’ degno di un Paese civile non concedere un pasto caldo ai bambini e agli adolescenti le cui famiglie hanno perso il lavoro e sono in gravi condizioni di difficoltà economica. Fermiamo l’umiliazione dei più piccoli e dei più deboli. L’Italia torni ad essere una comunità solidale.

“FACCIAMO NASCERE GOVERNO BERSANI, NON ESISTONO ALTRE IPOTESI”

25 mar. – “Questo chiacchiericcio, non solo da parte dei
renziani, ma anche da parte di altri che prefigurano ipotesi B, C e D,
e’ segno di immaturita’ politica”. Dosa bene le parole Francesca
Puglisi, senatrice e responsabile Istruzione del Pd nazionale, di
fronte alla stoccata di Matteo Richetti (“Pd finito, la lista Renzi
prenderebbe piu’ voti”), ma invia un messaggio chiarissimo sul
dibattito sul ‘dopo’, divampato nuovamente tra i democratici. “In
queste ore, in cui siamo impegnati a portare a casa il pre-incarico
che il presidente Napolitano ha affidato a Pier Luigi Bersani, per noi
non esistono ipotesi B, C e D”, scandisce. “In questo momento- avverte
Puglisi- bisogna usare la massima responsabilita’ e iniziativa
politica perche’ il Governo Bersani nasca. Per dare le risposte
urgenti che servono sugli esodati, i cassintegrati a cui scade la
cassintegrazione, gli insegnanti inidonei, i pagamenti alle imprese da
parte della pubblica amministrazione. In aprile poi, ci aspetta il
decreto economia e finanza. Ci sono molte cose da fare”. (Bil/ Dire)

La mia proposta di legge per salvare insegnanti idonei ad altri compiti, Ata precari, ITP

DISEGNO DI LEGGE
Abrogazione dei commi 13, 14 e 15 dell’articolo 14 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in materia di transito del personale docente dichiarato permanentemente inidoneo e di insegnanti tecnico-pratici nei ruoli di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA)

d’iniziativa dei senatori:
PUGLISI , Finocchiaro, di Giorgi, Gotor, Saggese
Onorevoli senatori. – I commi 13 e 14 del decreto-legge legge 6 luglio 2012 n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, (“Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”, c.d. decreto-legge “spending review”) recano disposizioni concernenti il transito di personale docente inidoneo e degli insegnanti tecnico pratici nei ruoli di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA).

Con la Spending Review di Luglio, si e’ compiuta una doppia ingiustizia: a danno di insegnanti gravemente ammalati che oggi offrono per quel che possono il loro contributo di lavoro alla scuola, e a danno di ATA precari sulla cui pelle si gioca il “cosiddetto risparmio” di spesa. Persone queste ultime che con dedizione e competenza stanno svolgendo un lavoro per nulla semplice, visto l’appesantimento burocratico che grava sulle autonomie scolastiche dotate di segreterie ormai ridotte all’osso dai tagli della l. 133 del 2008.

In particolare, il comma 13 stabilisce che il personale docente dichiarato permanentemente inidoneo alla propria funzione per motivi di salute, ma idoneo ad altri compiti, transita nei ruoli del personale ATA con la qualifica di assistente amministrativo o tecnico, con decreto del direttore generale del competente Ufficio scolastico regionale (USR), da emanare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge. Attualmente circa 3500 docenti, poco più del 2% degli insegnanti della scuola pubblica, sono inidonei all’insegnamento ma idonei ad altri compiti, come la programmazione e l’approfondimento della didattica, le attività connesse all’insegnamento, le cosiddette funzioni strumentali, la cura della biblioteca, dei laboratori, l’organizzazione delle visite istruttive  e delle attività di orientamento, l’organizzazione delle prove di ingresso, di esami, i test Invalsi.
L’inidoneità in un profilo con l’opportunità di svolgere altri compiti evita la discriminazione di un lavoratore per le sue condizioni di salute ed è anche un’opportunità per il luogo di lavoro di poter continuare ad usufruire, sia pure in parte, della professionalità di quel lavoratore.
Per questi motivi appare incomprensibile e lesiva del loro ruolo di docenti la scelta del decreto-legge spending review di spostare i docenti inidonei nei ruoli degli assistenti amministrativi e tecnici delle scuole, licenziando di fatto gli ATA precari. I docenti inidonei sono privati del loro ruolo e retrocessi di qualifica, chiamati a svolgere funzioni amministrative e tecniche per le quali non hanno nessuna preparazione e formazione. Questa scelta non aiuta la scuola, ma rappresenta l’ennesimo fattore di indebolimento, senza peraltro raggiungere gli obiettivi fissati di contenimento della spesa.
A tutt’oggi non è stato ancora chiarito il futuro del personale oggetto di queste norme e non sono state ancora regolate le modalità e i termini di questo passaggio, ma temiamo che tutto si compia prima della formazione del nuovo Governo.
Con riferimento al personale docente dichiarato temporaneamente inidoneo alla propria funzione per motivi di salute, ma idoneo ad altri compiti, il comma 13 dispone l’utilizzazione, entro 20 giorni dalla data di notifica del verbale della Commissione medica operante presso la ASL, su posti anche di fatto disponibili di assistente amministrativo o tecnico, nella provincia di appartenenza, tenuto conto delle sedi indicate dal richiedente, ovvero su posti di altra provincia. Il comma 14 riguarda il personale docente attualmente titolare della classi di concorso C999 (insegnanti tecnico-pratici degli enti locali transitati nei ruoli dello Stato) e C555 (ex LII/C – esercitazioni di pratica professionale), per il quale prevede il transito nei ruoli del personale non docente con la qualifica di assistente amministrativo, tecnico o collaboratore scolastico, in base al titolo di studio posseduto. Il transito è effettuato con decreto del direttore generale del competente USR, da emanarsi entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge.
Il personale è immesso in ruolo su tutti i posti vacanti e disponibili nella provincia di appartenenza, tenuto conto delle sedi indicate dal richiedente, e mantiene il maggior trattamento stipendiale mediante assegno personale riassorbibile con i successivi miglioramenti economici a qualsiasi titolo conseguiti. Il comma 15 dispone che i criteri e le procedure per l’attuazione di quanto previsto ai commi 13 e 14 sono adottati con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

Il presente disegno di legge propone l’abrogazione dei commi 13 e 14 del decreto-legge legge 6 luglio 2012 n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, nella convinzione che la norma che prevede il transito di personale docente inidoneo e degli insegnanti tecnico pratici nei ruoli di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA) non risolve né il problema del suddetto personale né del personale precario amministrativo e tecnico ed è lesivo della professionalità e della dignità dei docenti e dello stesso funzionamento della scuola.
Art. 1
(Abrogazione dei commi 13, 14 e 15 dell’articolo 14 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135)

1. All’articolo 14 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, i commi 13, 14 e 15 sono abrogati.

Art. 2
(Copertura finanziaria)

1. Ai maggiori oneri determinati in 115 milioni di euro per l’anno 2013, in 111 milioni di euro a decorrere dall’anno 2014 e in 160 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015 si provvede mediante i maggiori risparmi di spesa di cui al comma 2.
2. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 7, commi 12, 13, 14 e 15, del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, e dall’articolo 1, comma 4, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, al fine di consentire alle amministrazioni centrali di pervenire ad una ulteriore riduzione della spesa corrente primaria in rapporto al PIL, le spese di funzionamento relative alle missioni di spesa di ciascun Ministero, le dotazioni finanziarie delle missioni di spesa di ciascun Ministero, previste dalla legge di bilancio, relative alla categoria interventi, e le dotazioni finanziarie per le missioni di spesa per ciascun Ministero previste dalla legge di bilancio, relative agli oneri comuni di parte capitale e agli oneri comuni di parte corrente, sono ridotte in via permanente, in misura tale da garantire risparmi di spesa per un ammontare complessivo non 115 milioni di euro per l’anno 2013, in 111 milioni di euro a decorrere dall’anno 2014 e in 160 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015. I Ministri competenti predispongono, entro il 30 settembre di ciascun anno a decorrere dall’anno 2013, gli ulteriori interventi correttivi necessari per assicurare, in aggiunta a quanto previsto dalla legislazione vigente, i maggiori risparmi di spesa di cui al presente comma.
3. Il Ministro dell’economia e delle finanze, entro il 15 ottobre di ciascun anno a decorrere dal 2013 verifica gli effetti finanziari sui saldi di finanza pubblica derivanti dagli interventi correttivi di cui al comma 2, ai fini del rispetto degli obiettivi di risparmio di cui al medesimo comma. A seguito della verifica, gli interventi correttivi di cui al comma 2 predisposti dai singoli Ministri e i relativi importi sono inseriti in un apposita tabella allegata alla legge di stabilità. Qualora, a seguito della verifica, le proposte di cui al comma 2 non risultino adeguate a conseguire gli obiettivi in termini di indebitamento netto, il Ministro dell’economia e delle finanze riferisce al Consiglio dei Ministri e con il disegno di legge di stabilità è disposta la corrispondente riduzione delle dotazioni finanziarie, iscritte a legislazione vigente nell’ambito delle spese rimodulabili di cui all’articolo 21, comma 5, lettera b), della citata legge n. 196 del 2009, delle missioni di spesa di ciascun Ministero interessato, necessarie a garantire il rispetto degli obiettivi di risparmio di cui al comma 2, nonché tutte le modificazioni legislative eventualmente ritenute indispensabili per l’effettivo raggiungimento degli obiettivi di risparmio di cui al medesimo comma.